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almost there

05/11/2011

almost there

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a few days after

11/09/2011

É passata una settimana dal mio ritorno nel Bel Paese. No, non intendo il formaggio, intendo quel paese in cui, secondo un personaggio di una nota sit-com americana, tutti gli uomini sono gay a causa della forma di stivale.

Bene, con le colte citazioni abbiamo terminato.

Dicevo, sono tornato. Sabato scorso ho passato alcune ore tra gli aeroporti delle due capitali iberiche per poi atterrare a Bologna e respirare un po’ di umidità. Che non mi mancava affatto.

Mi sto abituando adesso a sentir parlare italiano intorno a me. Fino a pochi giorni fa entravo in crisi, perché captavo e capivo tutte le frasi delle persone attorno a me, senza riuscire a concentrarmi sull’interlocutore. Troppe informazioni che il mio cervello non era più abituato a bloccare, dopo mesi passati a sentire parlare solamente portoghese nei dintorni.

Il rientro è stato meno traumatico di quanto pensassi, nel complesso. Certo, tenho saudade, ma probabilmente era giunto il momento. Come tempismo questo 2011 non scherza, ma mi sto fidando delle mie sensazioni e finora sta andando bene. Anzi, benissimo. Non so, forse nell’acqua emiliana è disciolto un po’ di Prozac, o forse Lisbona mi ha fatto molto bene. O entrambe.

Riguardo le foto del Portogallo e ricordo ogni singolo momento. Questo è buono, perché è stata un’esperienza bellissima che è finita, ma che mi accompagnerà sempre. Ogni volta che ascolterò una canzone portoghese mi ricorderò dei miei splendidi capi in studio; ogni volta che vedrò una bandiera brasiliana mi tornerà in mente la simpatica cameriera del bar di Alcobaça, dove sono stato accolto con un sorriso e un “boa tarGI” che neanche a Rio de Janeiro parlano così. Ogni volta che guarderò il Mediterraneo mi sembrerà decisamente troppo calmo e caldo, mentre ogni volta che guarderò l’orizzonte ricorderò l’aria tersa e i cieli azzurri che mi hanno accompagnato in quella splendida città.

A esperienza finita, e viaggio finito, posso ufficialmente e senza tema dichiarare che è stata forse la miglior cosa che abbia mai fatto.

Ora mi ritrovo di nuovo in Emilia, nel luogo da cui periodicamente cerco di scappare, a guardare campi verdi e verdi colline, strade con portici e profumo di mosto. Non è così male infine, è solo diverso.

E oltretutto è diverso rispetto ad aprile. Sono cambiate molte cose, io in primo luogo.

Da martedì sono tornato al vecchio studio, che mi ha ri-accolto a braccia aperte. Sono tornato al vecchio lavoro e ai vecchi colleghi, ma con alcune novità (giustamente nel frattempo le cose non sono rimaste congelate): due colleghi nuovi, un reggiano e una giapponese, e due colleghi dimissionari.

Detto questo, ovvero che sono vivo e a Reggio Emilia, vado ad aggiornare quelle due righe qua di fianco, dove si dice che vivo a Lisbona. Non corrispondendo più al vero, rettificherò.

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last day in lisbon

24/08/2011

Ok, ci siamo. Mi manca una notte a litigare con Amália Rodrigues e i suoi estimatori del piano di sotto. Domattina ho un “intercidade” (l’alfa-pendular era pieno) per Porto. Qualche giorno lassù a verificare se effettivamente è tanto bella quanto dicono, più bella di Lisbona. Ho i miei dubbi, sicuramente è una città splendida e affascinante, ma non ha l’apertura di Lisbona.

Ieri sono andato al Cristo Rei, la copia del Cristo di Rio de Janeiro. Ho preso il traghetto per attraversare il fiume e ho attraversato a piedi tutta la città (enorme) che si stende al di là del fiume, invisibile ai lisboeti, perché al di là di una scarpata verdissima. Da Lisbona, Almada si intravede soltanto; solamente il gigantesco (e affascinante) carroponte rosso, che finché non ti ci trovi sotto non ti rendi veramente conto che no, non è un gioco prospettico, è davvero più alto del condominio di quindici piani che vedi lì vicino. Almada è la periferia, una delle tante, di Lisbona. Non è bella, non ha un centro storico (anche se ho letto delle indicazioni “Almada Velha”, ma se esiste si tratta di un paio di vie). Solo un grande viale su cui passa un modernissimo tram, con tantissimi negozi e una bella piazza delineata tra condomini che sembrano la periferia di Milano nei suoi momenti peggiori. Palazzi altissimi e decorati da un numero esorbitante di condizionatori (non ho capito il perché, visto che non ce n’è bisogno).

In fondo all’Avenida centrale di Almada comincia la salita alla collina del Cristo Rei. Pensavo peggio. O forse è perché quando arrivi in alto dimentichi la fatica e il sudore. Il panorama è indescrivibile. Il ponte di scorcio, comincia proprio lì sotto, alla base della collina, e si infila nella collina di fronte, al di là del Tejo, il parco del Monsanto: una macchia verde in un diffuso biancore di case illuminate dal sole limpido dell’estuario.

Si vede tutto. Si vede l’altro ponte, seminascosto dalle colline della città; il Castello e Alfama, il porto e la stazione, Praça do Comércio, Alcântara e, al di là del ponte, Belém. Il monumento ai Descobridores, così alto e slanciato da sotto, sembra un pezzo di Lego al confronto dell’enorme struttura del ponte. Da là ti accorgi che quello che probabilmente ti mancherà di questa città incredibile non è tanto la sua bellezza architettonica, il suo fascino sgarrupato, la gente, gli odori. Quello che ti mancherà di più è l’apertura verso un orizzonte. Il fiume, il suo enorme estuario, la sensazione di grandezza.

Un po’ come Manhattan, la sensazione era quella. Vedere questa città grandissima, che si adagia ai lati di una vasta distesa d’acqua. E l’acqua bordata su ogni lato da edifici, porti, strade.

Il fatto strano è che io, essendo padano, non sono abituato alla limpidezza dell’aria. E riuscire ad abbracciare con lo sguardo tutto questo spazio, dal promontorio di Meco a Sud alla Serra da Sintra a nord, dall’Oceano a ovest al fiume a est, è strano. Sembra un modellino. La stessa sensazione che ho avuto atterrando ai primi di agosto, in notturna, riconoscendo con le luci la città, ma associandola più a un disegno, un cartone animato, un modellino splendido.

Ok, vado a finire la valigia. E domani andiamo ad esplorare posti nuovi in questo minuscolo paese.

Se troverò internet nel mio cammino vi aggiornerò. In caso contrario ci si risente a settembre, dall’Italia.

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voglia di autunno

22/08/2011

Sarà che Lisbona da tre giorni è sormontata da montagne e montagne di nuvole grigie. Sarà che da oggi la città ha cominciato a ripopolarsi dei suoi abitanti e si sente parlare un po’ più portoghese e un po’ meno italiano, spagnolo e inglese. Sarà che fa freschetto e da quando sono tornato non ho tutta ‘sta voglia di andare in spiaggia. Sarà che a me l’estate dopo un po’ mi stanca, che alla fine sono sempre stato affezionato alla pioggia e al cielo grigio. Sarà che nei prossimi mesi si aprono prospettive diverse, vedi piccolo indizio. Sarà che ho freddo ai piedi.

Non so perché, ma ho voglia di autunno.

(Lo so che in Italia ci sono quaranta gradi e si crepa, non prendetevela)

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pornplane loading

18/08/2011

Back to the future, stamattina. Le due colleghe dello studio italiano sanno benissimo da dove sto scrivendo.

Ho organizzato il mio piano diabolico in poche semplici mosse:

Mossa nr. 1. Settimana da turista in giro per Lisbona, a vedere tutto ciò che non ho visto mentre ci lavoravo e rivedere cose che mi sono piaciute. Tipo ieri Fundação Gulbenkian; oggi mi attraverso a piedi mezza città e vado alla Mae d’Agua, e se non è tardissimo faccio un giro al Jardim Botanico; domani vediamo.

Mossa nr. 2. Raccogliere i miei venti chili scarsi di valigia, lasciare la casa lisboeta (questa qua sicuro per sempre, basta ristoranti turistici e musicanti che suonano “bella ciao” sotto la mia finestra), prendere un treno per Porto e starci qualche giorno.

Mossa nr. 3. Ri-raccogliere i miei venti chili scarsi di valigia, caricarli su una macchina all’aeroporto di Porto e portarli a vedere un po’ di Portogallo. Non so, tipo Braga, Coimbra, l’Alentejo, l’Algarve. E ovviamente quando capita una deviazione si va ad esplorare la costa, che a denudarsi per infilarsi il costume ci vuole sempre poco.

Mossa nr. 4. Riportare la macchina all’aeroporto di Lisbona giusto in tempo per il volo di ritorno verso quella specie di sauna chiamata Pianura Padana. Per quanto tempo non si sa, staremo a vedere.

Nel frattempo ho rubato al coinquilino belga un paio di giga di musica, che ha una collezione jazz sterminata (ma anche bossanova). Così in queste sere lisboete, invase dai turisti e giustamente evitate dai portoghesi (sempre che ne sia rimasto qualcuno in città, cosa di cui dubito seriamente) ho da fare a crearmi le playlist per il viaggio.

That’s all folk, ci si risente dopo il mio genetliaco, perché non avrò tempo per scrivere fino a Porto, e da Porto in poi non credo che troverò internet con tanta facilità.

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elogio della follia

15/08/2011

Una delle cose più difficili da scrivere e da descrivere è un’esperienza. Non sono in grado di trasmettere attraverso una tastiera le sensazioni che si provano quando si entra in contatto, seppur per pochissimo tempo, con una realtà parallela come quella delle malattie mentali.

Non so, forse è il fatto che ho ricevuto molta umanità, molto calore. Non sono tanto abituato. Ma queste persone, con la loro ingenuità, e la loro purezza, sono in grado di regalare tantissimo a quelli che li circondano.

A volte basta un semplice grazie, detto in un modo un po’ goffo e scoordinato, ma detto nel momento più inaspettato. Non siamo più abituati ad essere ringraziati davvero. La parola “grazie”, o come dicono qua “obrigado”, è una parola di circostanza. “Grazie e arrivederci”, non significa nulla. Si tratta di un modo di dire.

“Obrigado” significa “ti devo qualcosa, ti sono obbligato”. Che significa molto di più di “grazie”, è molto più intimo. Più formale, se vogliamo, come solo il portoghese riesce a essere formale.

Obrigado.

No, non riesco a scrivere niente altro. Ma, spesso, la quantità è una fregatura.

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bankrupt

07/08/2011

Quando stai camminando per i vicoli intorno al castello, tornando giù verso il centro, e incroci due ragazzi che si accarezzano le mani e poi se le prendono mentre affrontano una salita. Ci vedono, ma continuano a tenersi per mano e a salire. Mentre salgono uno accarezza la testa dell’altro in segno di affetto, per strada, in una zona non affollata ma neanche deserta, vicino a uno dei locali più belli della città.

Penso a me, in Italia, in una situazione simile. E non riesco a immaginarla. Perché da noi non si può, da noi non si fa, da noi non si deve vedere.

Saranno anche economicamente in bancarotta, ma civilmente sono avanti anni luce.

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LX reloaded

05/08/2011

Nota: il terminal 4 dell’aeroporto di Madrid-Barajas è veramente, veramente bello.

Nota/1: Iberia non è la mia compagnia aerea preferita.

Nota/2: abitare nel cuore turistico di Lisbona non è una buona idea.

Adesso abito a Rossio. Ho lasciato la mia casa per mille persone a Santos e sono in questa casa molto lisboeta (traduzione: cade un po’ a pezzi) in una via piena di ristoranti. Di quelli coi camerieri fuori che cercando di adescare il turista ignaro con menù tradotti in sette lingue e fotografie dei piatti. C’è profumo di pesce grigliato sempre, per cui anche alle otto del mattino scatta un’irrefrenabile voglia di una bella orata alla griglia. Secondo me nel giro di due settimane vomiterò al pensiero.

La mia stanza doveva essere quella sulla corte interna, che in realtà è una sorta di discarica dei ristoranti con i condizionatori. Ma visto che ci sono quattro stanze e siamo solo io e un ragazzo belga, ho portato la mia roba nella stanza di fronte. Così posso aprire la finestra, godendomi appieno il casino della strada e del cantiere qua di fronte. Però anche i suonatori ambulanti che allietano i turisti durante la cena. Ieri con “o sole mio” abbiamo raggiunto l’apice del trash, ma almeno respiro.

Novità importante. Ieri mattina, ancora ospite di C. – che mi ha tenuto a bada la valigia per questi pochi giorni in Italia – mi chiama la coordinatrice dell’organizzazione che ci ha ospitato qua per chiedermi se sono disponibile a fare da guida turistica per qualche giorno a un gruppo di ragazzi con problemi mentali (ovviamente accompagnati). Qualche pomeriggio a portarli in giro per Lisbona e praticamente mi pago un mese di affitto. Non è male. L’unica cosa negativa è che questo capita proprio nella settimana in cui S. viene a trovarmi. Arriva oggi col treno da Porto, tra poco andrò a prenderla alla stazione.

Ho portato la Reflex, perché Lisbona è un posto che merita di essere immortalato con un oggetto più pregiato dell’iPhone. Che sì, fa delle foto inaspettatamente belle, ma ovviamente non è la stessa cosa. Per il momento il mio soggetto preferito è stato il ponte. Alla fine del mese pubblicherò le foto che mi sembreranno degne (sempre che ve ne siano, non essendo io un mago della fotografia).

Questo è quanto. Sono a Lisbona da una trentina di ore, ho un lavoro, ho tanto tempo libero per scrivere e girovagare. Non va male.

E comunque, tanto per sottolineare quanto poco sia innamorato di questo posto, sull’aereo da Madrid a Lisbona mi sono commosso quando hanno fatto partire il messaggio in portoghese per la sicurezza (anche perché ribadisco, gli spagnoli non sono in grado di parlare inglese e la lingua spagnola è terribilmente volgare, per cui il messaggio in inglese era incomprensibile, mentre il messaggio in spagnolo era irritante).

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alchimisti

02/08/2011

Sono tornato per poco tempo nella madrepatria, concludendo la mia parentesi di stagista europeo domenica verso l’ora di pranzo, quando sono atterrato a Bologna dopo tre mesi e mezzo in riva all’Atlantico.

Riparto mercoledì, torno a Lisbona. Un po’ perché quella città è talmente ricca e vivace che ho lasciato indietro troppe cose da fare. Un po’ perché obiettivamente ad agosto in Italia o si va in vacanza o non si fa un cazzo a casa, invece così almeno continuo a fare pratica di portoghese per un altro mesetto. E poi faccio un po’ il turista, che in ‘sti mesi ciò che ho fatto vedere è stato solamente il lato ludico di tutto questo, ma è esistito un lato lavorativo, professionale e di studio che è stato decisamente impegnativo. Un po’ perché sono arrivato in Portogallo sapendo dire solamente “obrigado”, per cui non è facile ritrovarsi da un giorno all’altro a dover capire il portoghese in studio per doverci lavorare. Così come non è facile ambientarsi in una città straniera, per quanto bella e accogliente possa essere.

Insomma, ho bisogno di ferie. Ho bisogno di staccare la spina e dedicarmi un po’ al pensiero. Ho bisogno anche di vivere un po’ in clausura, girare per luoghi dove non conosco nessuno. Per decomprimere, riabituarmi ad altro, regolare la mia vita.

Il rientro è stato traumatico. Per quanto io sia abituato ad adattarmi, stamattina al risveglio ho avuto cinque minuti di confusione. Dove sono? Che stanza è questa? E i miei coinquilini?

Poi ho realizzato che, purtroppo, i miei coinquilini non sono più le splendide persone che mi hanno accompagnato in questi mesi. Ho sentito saudade per quel piccolo universo fatto di individui estremamente diversi tra loro, che in qualche modo hanno creato un’alchimia che veramente ha trasformato il piombo in oro.

Non è facile trovare un’intesa come quella che siamo riusciti a creare noi, disperati in fuga, persone infinitamente differenti per provenienza, formazione, pensiero. Eppure ci siamo riusciti. Non so se grazie alla SuperBock, alla città, alla nostra capacità di adattamento o ad altro. Resta il fatto che, nonostante tutto, credo si sia formata una piccola famiglia in Calçada Ribeiro Santos. Legami che potranno essere allentati, ma che di certo non saranno mai spezzati.

Ora, prima di mettermi a frignare come un bambino il primo giorno delle elementari, la smetto.

Buona notte lettori, siate voi membri o meno del club esclusivo della Repubblica Comunista, abbiate voi avuto modo o meno di entrare a far parte, anche solo per un giorno, della magia che ha avuto luogo sulla sponda destra del Tejo, a pochi chilometri dalla foce, laddove la luce è diversa e rende ogni cosa più nitida, laddove il lunedì ha un nome d’incanto, laddove gli uomini hanno gli occhi di lince, e le donne una ruvida e ipnotica bellezza. Laddove ho lasciato un pezzo di cuore. Vado a riprenderlo.

Até logo.

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woodstock on the sea

17/07/2011

Tornato stanotte dal festival della SuperBock. Breve glossario.

Campeggio selvaggio: quando gli organizzatori decidono di quadruplicare l’area per il campeggio rispetto all’anno passato, ma quintuplicando il numero di biglietti in vendita. Tende una sopra all’altra, slalom notturni tra fili e picchetti per raggiungere il proprio sacco a pelo al buio, sei lavandini (sei, contati) per ventimila persone, cessi chimici in condizioni accettabili solo entro un’ora dalla pulizia, docce di gruppo ispirate all’architettura di Auschwitz.

Musica: tre giorni di musica ininterrotta, concerti uno dietro l’altro. Sul palco principale a partire dalle 19 si susseguivano gruppi musicali di fama internazionale, avanti così fino alle due del mattino, quando finiva il concerto del gruppo più importante. Concerto migliore in assoluto, bravissimi e splendidi, i Portishead. A seguire: the Walkmen (una sorpresa decisamente da approfondire), Beirut, Arctic Monkeys (ma qua si sa che basta il nome e mandano in delirio la folla). Un po’ deluso dagli Strokes. Mi è spiaciuto per gli Arcade Fire, che sono stati obiettivamente molto bravi ma hanno avuto la sfiga di suonare dopo quei mostri dei Portishead, e dopo di loro ogni cosa si è offuscata. E le coriste del cantante dei Killers sembrano sexy-porno-segretarie piazzate lì perché hanno una quarta e non perché sono brave.

Organizzazione: autobus ogni dieci minuti da Lisbona a Meco, appositamente organizzati per portare gli spettatori in mezzo a un parco naturale senza dover costruire un’autostrada per l’occasione. Da Praça de Espanha a Meco, una quarantina di minuti di autobus, dueeuroecinquanta (!). Ritorno idem: ieri all’uscita del festival c’erano già sei o sette autobus pronti per essere riempiti e riportarci a Lisbona, e sarebbero andati avanti fino alle 5 del mattino. Noi volendo avremmo potuto dormire anche la notte scorsa in campeggio e partire stamattina, ma tra la sporcizia e la stanchezza abbiamo preferito smontare tutto ieri prima del concerto e raggiungere casa entro l’alba (cosa ottima, perché dopo tre giorni nella polvere farsi una doccia – calda – è la cosa migliore del mondo). I portoghesi saranno lenti, ma sanno organizzarsi. Ne rimango ogni giorno più stupito.

Polvere: quando fai un festival nel bel mezzo della macchia mediterranea, a pochi chilometri dall’oceano su un terreno sabbioso, al primo alito di vento (e ricordo, a pochi chilometri dall’oceano c’è sempre il vento) si sollevano nuvole di polvere. Se poi ci aggiungi trentamila persone abbondanti che camminano nelle vicinanze e sollevano sabbia e polvere all’unisono, il risultato finale è che per tre giorni sono stato ricoperto da un dito di sporcizia che rendeva la mia abbronzatura leggermente opaca. Ah, sto tossendo cemento e quando mi soffio il naso non vi dico la sorpresa.

Spiaggia: dal cancello del festival partivano ogni dieci minuti autobus gratuiti per portare i nostri culi al Meco. Una spiaggia enorme, lunga e ampia, dove tutti i giovinastri del festival si disperdevano e non sembrava neanche che ci fosse così tanta gente. Posto meraviglioso, natura incontaminata, pinete, dune, oceano, panorama di tutta la baia della foce del Tejo, da Cascais a Sesimbra. Il posto migliore per dormire (visto che la notte in tenda non è che ci si riuscisse molto), ripulirsi i polmoni dalla polvere, fare una lavatrice di sé stessi nelle onde dell’oceano, rilassarsi, abbronzarsi. Adesso sono color marocchino, sto cercando di sedimentare questa tinta con chili di doposole, speriamo che rimanga.

Direi che gli 80 euro del biglietto tre giorni sono stati spesi egregiamente. A patto di non formalizzarsi troppo sull’igiene, ma se vai a un festival rock in mezzo a una pineta che vuoi aspettarti? Sgrufoli come i maiali e dai un po’ da fare agli anticorpi.

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