Archive for the ‘(do) I LOVE MILANO (?)’ Category

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almost there

05/11/2011

almost there

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voglia di autunno

22/08/2011

Sarà che Lisbona da tre giorni è sormontata da montagne e montagne di nuvole grigie. Sarà che da oggi la città ha cominciato a ripopolarsi dei suoi abitanti e si sente parlare un po’ più portoghese e un po’ meno italiano, spagnolo e inglese. Sarà che fa freschetto e da quando sono tornato non ho tutta ‘sta voglia di andare in spiaggia. Sarà che a me l’estate dopo un po’ mi stanca, che alla fine sono sempre stato affezionato alla pioggia e al cielo grigio. Sarà che nei prossimi mesi si aprono prospettive diverse, vedi piccolo indizio. Sarà che ho freddo ai piedi.

Non so perché, ma ho voglia di autunno.

(Lo so che in Italia ci sono quaranta gradi e si crepa, non prendetevela)

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alchimisti

02/08/2011

Sono tornato per poco tempo nella madrepatria, concludendo la mia parentesi di stagista europeo domenica verso l’ora di pranzo, quando sono atterrato a Bologna dopo tre mesi e mezzo in riva all’Atlantico.

Riparto mercoledì, torno a Lisbona. Un po’ perché quella città è talmente ricca e vivace che ho lasciato indietro troppe cose da fare. Un po’ perché obiettivamente ad agosto in Italia o si va in vacanza o non si fa un cazzo a casa, invece così almeno continuo a fare pratica di portoghese per un altro mesetto. E poi faccio un po’ il turista, che in ‘sti mesi ciò che ho fatto vedere è stato solamente il lato ludico di tutto questo, ma è esistito un lato lavorativo, professionale e di studio che è stato decisamente impegnativo. Un po’ perché sono arrivato in Portogallo sapendo dire solamente “obrigado”, per cui non è facile ritrovarsi da un giorno all’altro a dover capire il portoghese in studio per doverci lavorare. Così come non è facile ambientarsi in una città straniera, per quanto bella e accogliente possa essere.

Insomma, ho bisogno di ferie. Ho bisogno di staccare la spina e dedicarmi un po’ al pensiero. Ho bisogno anche di vivere un po’ in clausura, girare per luoghi dove non conosco nessuno. Per decomprimere, riabituarmi ad altro, regolare la mia vita.

Il rientro è stato traumatico. Per quanto io sia abituato ad adattarmi, stamattina al risveglio ho avuto cinque minuti di confusione. Dove sono? Che stanza è questa? E i miei coinquilini?

Poi ho realizzato che, purtroppo, i miei coinquilini non sono più le splendide persone che mi hanno accompagnato in questi mesi. Ho sentito saudade per quel piccolo universo fatto di individui estremamente diversi tra loro, che in qualche modo hanno creato un’alchimia che veramente ha trasformato il piombo in oro.

Non è facile trovare un’intesa come quella che siamo riusciti a creare noi, disperati in fuga, persone infinitamente differenti per provenienza, formazione, pensiero. Eppure ci siamo riusciti. Non so se grazie alla SuperBock, alla città, alla nostra capacità di adattamento o ad altro. Resta il fatto che, nonostante tutto, credo si sia formata una piccola famiglia in Calçada Ribeiro Santos. Legami che potranno essere allentati, ma che di certo non saranno mai spezzati.

Ora, prima di mettermi a frignare come un bambino il primo giorno delle elementari, la smetto.

Buona notte lettori, siate voi membri o meno del club esclusivo della Repubblica Comunista, abbiate voi avuto modo o meno di entrare a far parte, anche solo per un giorno, della magia che ha avuto luogo sulla sponda destra del Tejo, a pochi chilometri dalla foce, laddove la luce è diversa e rende ogni cosa più nitida, laddove il lunedì ha un nome d’incanto, laddove gli uomini hanno gli occhi di lince, e le donne una ruvida e ipnotica bellezza. Laddove ho lasciato un pezzo di cuore. Vado a riprenderlo.

Até logo.

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della filosofia spicciola del doposbronza

10/07/2011

Il Portogallo mi affascina in molti suoi aspetti. Quasi tutti, a dire il vero. Quasi. I tamarri sulla spiaggia di Carcavelos no, quelli non mi affascinano.

Però ad esempio ieri era sabato, mi sono svegliato a un’ora decente e ho deciso in due minuti di andare in spiaggia. Prendo l’autobus, passo il ponte e piazzo il culo in riva all’Oceano.

E sono lì, tranquillo, a farmi bruciare dal sole, quando mi accorgo di essere in una parte di spiaggia un po’ naturista. E quindi non so, un po’ che ero da solo, un po’ che non l’avevo mai fatto ed ero curioso di sapere come si sta col batacchio al vento, mi sono spostato in una zona meno di passaggio (che va bene tutto però…) e via, senza costume ad abbronzar le terga.

In Italia non lo puoi fare, perché in Italia praticamente tutta la costa è colonizzata da ombrelloni da Trieste a Ventimiglia. Non essendo un fan del genere naturismo non ho certezza, ma credo che in tutta la riviera romagnola (ed è bella lunga) ci sia una sola spiaggia. Qua invece è normale. La cosa non normale è affittarsi l’ombrellone. E non è che al mare vado alle Azzorre, sei lì a venti minuti da Lisbona e a dieci dalla città dall’altra parte del fiume (che è quasi più grande di Lisbona), che significa che Ostia è immensamente più in culo. Solo che a Ostia ci devi andare in macchina, la spiaggia fa cagare e devi fare il mutuo per trovare un ombrellone. Caparica la raggiungi in autobus, paghi 3 euro di biglietto andata-ritorno e trovi tutto lo spazio che vuoi per piazzare il tuo telo sulla sabbia. E nessuno che rompe le palle. Ieri ero da solo, ho lasciato i miei averi sulla sabbia svariate volte per andare in acqua e nessuno si sognava di andare a fregarmi l’iPhone. Prova a lasciare una ciabatta sulla spiaggia di Rimini.

Questo per dire che qua vivere bene è facile. Con “vivere bene” non intendo essere ricchi sfondati o comunque avere un tenore di vita alto, intendo stare bene. Stai bene, perché vivi in un paese civile dove ti permettono di non toccare l’automobile per andare a farti i cazzi tuoi al mare. Stai bene perché non gliene frega niente a nessuno di quello che fai, sei libero di farlo basta che non rompi i coglioni. Vuoi prendere il sole nudo integrale in una spiaggia vicinissima alla capitale? Puoi farlo. Non ci sono comitati per la decenza pubblica formati da repressi che di giorno si scandalizzano perché vedono una coscia in tv e di notte vanno a puttane.

Vivi e lascia vivere è un po’ il motto portoghese, almeno di Lisbona. Lo vedi anche (soprattutto) tra i gay, e nel comportamento che il Paese ha nei confronti dei gay. Qua, da poco, esiste il matrimonio omosessuale. Come in Spagna, pari pari al matrimonio tra uomo e donna, senza differenze legali o niente. Gli sposi o le spose possono decidere chi prende il cognome di chi (ma non è obbligatorio), l’unica differenza è questa. Perché tradizionalmente la donna prende il cognome dell’uomo, e al figlio si trasmettono il primo cognome (meno importante) della madre, e il secondo cognome (quello ufficiale) del padre. Col risultato che a me piacerebbe un sacco sposare un portoghese, così potrei chiamarmi con tanti nomi ufficiali.

Ma sto divagando come al solito.

Dicevo che qua esiste il matrimonio omosessuale. Lisbona è piena di gay e lesbiche (un terzo dei portoghesi vive nell’area metropolitana di LX). Ma non li vedi, non hanno l’esigenza di imporre la loro presenza. Non ci sono checche che girano sculettando mentre portano a spasso la borsa di Louis Vuitton. Perché 1) probabilmente la borsa di Louis Vuitton non se la possono permettere, ma soprattutto perché 2) non hanno bisogno di estremizzare, di polarizzare le opinioni, di affermarsi. Esistono. Vivono la propria vita all’interno del mondo eterosessuale senza che il mondo eterosessuale si faccia dei problemi. Perché qua sono abituati al diverso, questi qua hanno scoperto il mondo qualche secolo fa, un po’ di apertura mentale (da certi punti di vista) ce l’hanno.

Ed ecco che i locali gay non sono in periferia, nascosti nelle zone industriali, come in Emilia. Non sono scopatoi in zone malfamate come a Milano. Sono dei normali bar del Bairro Alto, popolati da mille colori diversi di menti e di pelli. E a nessuno frega nulla.

Parlavo settimana scorsa con un ragazzo portoghese, gli ho chiesto se il nuovo governo, che è di destra, andrà a cambiare la legge sul matrimonio omosessuale. Mi ha risposto dicendomi che non capiva per quale motivo un governo di destra dovrebbe cambiare una legge fatta da un governo di sinistra (che poi parliamone). Non capiva i meccanismi perversi della politica italiana. E io mi sto abituando ai meccanismi normali di una democrazia.

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pets

05/09/2010

Abitare nella campagna emiliana ai piedi delle colline comporta molti vantaggi, ma anche tanti svantaggi.

I vantaggi sono che l’aria è respirabile, d’estate c’è sempre un po’ di vento che allenta la morsa dell’afa padana, se hai dei figli ci sono ottimi asili, ottime scuole, è una zona tranquilla dove non succede mai nulla di sconcertante.. un po’ come le periferie delle grandi città americane.

Gli svantaggi sono che i prezzi delle case sono altissimi, più che in zone prestigiose del centro città, che al mattino per raggiungere il luogo di lavoro devi litigare con un traffico inimmaginabile, che se ti venisse voglia di mangiare qualcosa dopo le 22:00 devi farti una ventina di chilometri e che ci sono animali selvatici.

Ad esempio una sera poco tempo fa c’era un coccolosissimo cinghiale che grufolava nel mio cortile. E, come ho già raccontato in passato, negli alberi qua intorno vivono, evidentemente, degli scoiattoli. Almeno uno, che ho visto saltellare sul tetto una notte estiva, e che poi ha deciso di intrufolarsi nel mio bagno e lasciare un regalino sul pavimento (tre piccoli stronzi, che simpatico).

Beh io non so bene cosa sia successo, ma questo weekend sono a casa da solo. I genitori e il cane hanno accompagnato i nonni alle terme e poi hanno tirato dritto verso le dolomiti, dove si trovano tuttora. Per cui è da venerdì pomeriggio che se non ci sono io, la casa è deserta.

La notte scorsa sono andato a cena con alcuni amici cervelli-in-fuga alla festa dell’umidità e poi ci siamo regalati una serata a base di coca&rum, musica tamarra e reumatismi. Al ritorno mi affaccio alla finestra del bagno a fumare e non noto nulla di strano. Stamattina mi sveglio, mi faccio il mio bravo caffè, mi lavo, insomma mi alzo. Poi esco in terrazzo e noto che ci sono almeno tre vasi di fiori completamente scavati, con la terra sparsa intorno.

Non so quali bestie scavino nei vasi dei fiori, ma considerando l’inaccessibilità del terrazzo deduco che gli scoiattoli possano essere i maggiori indiziati.

O Milano mia, luogo incantato privo di ogni forma di vita selvatica! Quanto mi manchi!

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shopping&fucking

20/04/2010

In realtà il titolo non è che c’entri molto. L’ho letto su una cartolina di quelle che ti rifilano in giro per Milano, soprattutto in zone particolarmente affollate come il ponte pedonale della stazione di Porta Genova durante il Salone. O meglio tutto il corollario di aperitivi, eventi, mostre, installazioni e altre amenità che rendono Milano il più bel posto del mondo per una settimana all’anno.

L’ultimo Salone l’ho fatto fresco di laurea ed è diventato la mia festa. Con il pepe al culo per il trasloco, ma comunque sempre sufficientemente ubriaco per non badarci. Questo Salone invece l’ho fatto di fretta, in un paio di giorni (che poi in realtà si sono ridotti a uno, ma con la dovuta calma). Non ho visto granché, del Salone. Ma tanto quest’anno già si sapeva che 1) sarebbe stato enorme, non solo la solita “zona tortona” – che tutti continuiamo a chiederci perché cazzo non la chiudano al traffico – e che 2) sarebbe stato verde. Molto verde, molto bio, molto natural. Insomma, metti una lavatrice su un tappetino d’erba finta e il gioco è fatto. A parte poche cose non ho visto nulla di particolarmente esaltante.

Più esaltante è stato il ritorno alla vita milanese, anche se per poche ore. Adesso ho una saudade tremenda. Mi manca la vita che facevo là, ma questo già lo sapete. Mi manca la mia giapponesina sul naviglio, mi manca il long island del Luca’s, mi manca la metropolitana… vabbè, magari sto idealizzando, ma mi manca Milano.

Che poi tra ieri e oggi si parlava in studio, e C., la mia collega fashion, continuava a dire che dove lavoro adesso fa curriculum e che il giorno in cui mi presento a qualche studio milanese mi prendono a occhi chiusi. Speriamo, ma intanto lavoriamo qua, assorbiamo come spugne, impariamo e godiamocelo.

Sempre che la vita a casa con la famiglia non mi porti alla decisione di acquistare un fucile. E ovviamente a usarlo.

Tanto per la cronaca, sono tornato in possesso del mio portatile. Che non ve ne frega una mazza, ma vi faccio presente che sono bastati due mesi a mio padre per riuscire a fottermi il trackpad e la tastiera. Infatti ci sto mettendo due ore a scrivere queste quattro insignificanti righe. Urge back-up completo e reinstallazione totale del leopardo.

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clochard

07/02/2010

E dopo, nell’ordine: un viaggio su un treno a gasolio da Parma a Brescia. Un bel film. Un viaggio in macchina da Brescia a Milano con coda a Sesto San Giovanni inclusa nel prezzo. Una seduta di fotografia con tanto di set e luci e gente che è riuscita a farmi sembrare un tocco di gnocco nonostante la nota riluttanza degli obiettivi a ritrarmi decentemente (grazie Matteo, quando avrai bisogno di modelli per nudi integrali conta su di me, che se mi fai così gnocco poi posso smerciare le foto sui siti froci spacciandomi per gran figo e poi sorprendere l’appuntamento del caso con la mia simpatia). Una serata al giapponese, che decisamente troppo giapponese, basta giapponese per un mese vi prego. Una notte nel più osceno hotel di Milano. Una giornata in fiera. Un viaggio Rho-Milano bloccati nel traffico in tilt a causa della neve. Una camminata di quaranta minuti da piazza Firenze a Moscova durante la quale ho scoperto che il principio della capillarità porta l’acqua direttamente dai tuoi piedi ai tuoi testicoli in poche semplici mosse. Un colloquio di lavoro che non si sa come sia andato. Un’altra passeggiata di quaranta minuti durante la quale ho temuto seriamente per il mio alluce destro. Una pizza e un gatto giocherellone. Un risotto al radicchio. Una mostra in Triennale. Una serata in compagnia. Una sbronza colossale. Una doccia nella doccia che conserva ancora la mia tenda della doccia. Un viaggio in “freccia argento” che mi è costato 22 euro per 150 km in un’ora e quarantacinque minuti.

Dopo tutto questo sono tornato a rimirare i colli.

E non vedo l’ora di tornare in quella città orrenda, grigia, sporca, inquinata, stupida e cattiva che è Milano.