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bankrupt

07/08/2011

Quando stai camminando per i vicoli intorno al castello, tornando giù verso il centro, e incroci due ragazzi che si accarezzano le mani e poi se le prendono mentre affrontano una salita. Ci vedono, ma continuano a tenersi per mano e a salire. Mentre salgono uno accarezza la testa dell’altro in segno di affetto, per strada, in una zona non affollata ma neanche deserta, vicino a uno dei locali più belli della città.

Penso a me, in Italia, in una situazione simile. E non riesco a immaginarla. Perché da noi non si può, da noi non si fa, da noi non si deve vedere.

Saranno anche economicamente in bancarotta, ma civilmente sono avanti anni luce.

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LX reloaded

05/08/2011

Nota: il terminal 4 dell’aeroporto di Madrid-Barajas è veramente, veramente bello.

Nota/1: Iberia non è la mia compagnia aerea preferita.

Nota/2: abitare nel cuore turistico di Lisbona non è una buona idea.

Adesso abito a Rossio. Ho lasciato la mia casa per mille persone a Santos e sono in questa casa molto lisboeta (traduzione: cade un po’ a pezzi) in una via piena di ristoranti. Di quelli coi camerieri fuori che cercando di adescare il turista ignaro con menù tradotti in sette lingue e fotografie dei piatti. C’è profumo di pesce grigliato sempre, per cui anche alle otto del mattino scatta un’irrefrenabile voglia di una bella orata alla griglia. Secondo me nel giro di due settimane vomiterò al pensiero.

La mia stanza doveva essere quella sulla corte interna, che in realtà è una sorta di discarica dei ristoranti con i condizionatori. Ma visto che ci sono quattro stanze e siamo solo io e un ragazzo belga, ho portato la mia roba nella stanza di fronte. Così posso aprire la finestra, godendomi appieno il casino della strada e del cantiere qua di fronte. Però anche i suonatori ambulanti che allietano i turisti durante la cena. Ieri con “o sole mio” abbiamo raggiunto l’apice del trash, ma almeno respiro.

Novità importante. Ieri mattina, ancora ospite di C. – che mi ha tenuto a bada la valigia per questi pochi giorni in Italia – mi chiama la coordinatrice dell’organizzazione che ci ha ospitato qua per chiedermi se sono disponibile a fare da guida turistica per qualche giorno a un gruppo di ragazzi con problemi mentali (ovviamente accompagnati). Qualche pomeriggio a portarli in giro per Lisbona e praticamente mi pago un mese di affitto. Non è male. L’unica cosa negativa è che questo capita proprio nella settimana in cui S. viene a trovarmi. Arriva oggi col treno da Porto, tra poco andrò a prenderla alla stazione.

Ho portato la Reflex, perché Lisbona è un posto che merita di essere immortalato con un oggetto più pregiato dell’iPhone. Che sì, fa delle foto inaspettatamente belle, ma ovviamente non è la stessa cosa. Per il momento il mio soggetto preferito è stato il ponte. Alla fine del mese pubblicherò le foto che mi sembreranno degne (sempre che ve ne siano, non essendo io un mago della fotografia).

Questo è quanto. Sono a Lisbona da una trentina di ore, ho un lavoro, ho tanto tempo libero per scrivere e girovagare. Non va male.

E comunque, tanto per sottolineare quanto poco sia innamorato di questo posto, sull’aereo da Madrid a Lisbona mi sono commosso quando hanno fatto partire il messaggio in portoghese per la sicurezza (anche perché ribadisco, gli spagnoli non sono in grado di parlare inglese e la lingua spagnola è terribilmente volgare, per cui il messaggio in inglese era incomprensibile, mentre il messaggio in spagnolo era irritante).

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alchimisti

02/08/2011

Sono tornato per poco tempo nella madrepatria, concludendo la mia parentesi di stagista europeo domenica verso l’ora di pranzo, quando sono atterrato a Bologna dopo tre mesi e mezzo in riva all’Atlantico.

Riparto mercoledì, torno a Lisbona. Un po’ perché quella città è talmente ricca e vivace che ho lasciato indietro troppe cose da fare. Un po’ perché obiettivamente ad agosto in Italia o si va in vacanza o non si fa un cazzo a casa, invece così almeno continuo a fare pratica di portoghese per un altro mesetto. E poi faccio un po’ il turista, che in ‘sti mesi ciò che ho fatto vedere è stato solamente il lato ludico di tutto questo, ma è esistito un lato lavorativo, professionale e di studio che è stato decisamente impegnativo. Un po’ perché sono arrivato in Portogallo sapendo dire solamente “obrigado”, per cui non è facile ritrovarsi da un giorno all’altro a dover capire il portoghese in studio per doverci lavorare. Così come non è facile ambientarsi in una città straniera, per quanto bella e accogliente possa essere.

Insomma, ho bisogno di ferie. Ho bisogno di staccare la spina e dedicarmi un po’ al pensiero. Ho bisogno anche di vivere un po’ in clausura, girare per luoghi dove non conosco nessuno. Per decomprimere, riabituarmi ad altro, regolare la mia vita.

Il rientro è stato traumatico. Per quanto io sia abituato ad adattarmi, stamattina al risveglio ho avuto cinque minuti di confusione. Dove sono? Che stanza è questa? E i miei coinquilini?

Poi ho realizzato che, purtroppo, i miei coinquilini non sono più le splendide persone che mi hanno accompagnato in questi mesi. Ho sentito saudade per quel piccolo universo fatto di individui estremamente diversi tra loro, che in qualche modo hanno creato un’alchimia che veramente ha trasformato il piombo in oro.

Non è facile trovare un’intesa come quella che siamo riusciti a creare noi, disperati in fuga, persone infinitamente differenti per provenienza, formazione, pensiero. Eppure ci siamo riusciti. Non so se grazie alla SuperBock, alla città, alla nostra capacità di adattamento o ad altro. Resta il fatto che, nonostante tutto, credo si sia formata una piccola famiglia in Calçada Ribeiro Santos. Legami che potranno essere allentati, ma che di certo non saranno mai spezzati.

Ora, prima di mettermi a frignare come un bambino il primo giorno delle elementari, la smetto.

Buona notte lettori, siate voi membri o meno del club esclusivo della Repubblica Comunista, abbiate voi avuto modo o meno di entrare a far parte, anche solo per un giorno, della magia che ha avuto luogo sulla sponda destra del Tejo, a pochi chilometri dalla foce, laddove la luce è diversa e rende ogni cosa più nitida, laddove il lunedì ha un nome d’incanto, laddove gli uomini hanno gli occhi di lince, e le donne una ruvida e ipnotica bellezza. Laddove ho lasciato un pezzo di cuore. Vado a riprenderlo.

Até logo.

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woodstock on the sea

17/07/2011

Tornato stanotte dal festival della SuperBock. Breve glossario.

Campeggio selvaggio: quando gli organizzatori decidono di quadruplicare l’area per il campeggio rispetto all’anno passato, ma quintuplicando il numero di biglietti in vendita. Tende una sopra all’altra, slalom notturni tra fili e picchetti per raggiungere il proprio sacco a pelo al buio, sei lavandini (sei, contati) per ventimila persone, cessi chimici in condizioni accettabili solo entro un’ora dalla pulizia, docce di gruppo ispirate all’architettura di Auschwitz.

Musica: tre giorni di musica ininterrotta, concerti uno dietro l’altro. Sul palco principale a partire dalle 19 si susseguivano gruppi musicali di fama internazionale, avanti così fino alle due del mattino, quando finiva il concerto del gruppo più importante. Concerto migliore in assoluto, bravissimi e splendidi, i Portishead. A seguire: the Walkmen (una sorpresa decisamente da approfondire), Beirut, Arctic Monkeys (ma qua si sa che basta il nome e mandano in delirio la folla). Un po’ deluso dagli Strokes. Mi è spiaciuto per gli Arcade Fire, che sono stati obiettivamente molto bravi ma hanno avuto la sfiga di suonare dopo quei mostri dei Portishead, e dopo di loro ogni cosa si è offuscata. E le coriste del cantante dei Killers sembrano sexy-porno-segretarie piazzate lì perché hanno una quarta e non perché sono brave.

Organizzazione: autobus ogni dieci minuti da Lisbona a Meco, appositamente organizzati per portare gli spettatori in mezzo a un parco naturale senza dover costruire un’autostrada per l’occasione. Da Praça de Espanha a Meco, una quarantina di minuti di autobus, dueeuroecinquanta (!). Ritorno idem: ieri all’uscita del festival c’erano già sei o sette autobus pronti per essere riempiti e riportarci a Lisbona, e sarebbero andati avanti fino alle 5 del mattino. Noi volendo avremmo potuto dormire anche la notte scorsa in campeggio e partire stamattina, ma tra la sporcizia e la stanchezza abbiamo preferito smontare tutto ieri prima del concerto e raggiungere casa entro l’alba (cosa ottima, perché dopo tre giorni nella polvere farsi una doccia – calda – è la cosa migliore del mondo). I portoghesi saranno lenti, ma sanno organizzarsi. Ne rimango ogni giorno più stupito.

Polvere: quando fai un festival nel bel mezzo della macchia mediterranea, a pochi chilometri dall’oceano su un terreno sabbioso, al primo alito di vento (e ricordo, a pochi chilometri dall’oceano c’è sempre il vento) si sollevano nuvole di polvere. Se poi ci aggiungi trentamila persone abbondanti che camminano nelle vicinanze e sollevano sabbia e polvere all’unisono, il risultato finale è che per tre giorni sono stato ricoperto da un dito di sporcizia che rendeva la mia abbronzatura leggermente opaca. Ah, sto tossendo cemento e quando mi soffio il naso non vi dico la sorpresa.

Spiaggia: dal cancello del festival partivano ogni dieci minuti autobus gratuiti per portare i nostri culi al Meco. Una spiaggia enorme, lunga e ampia, dove tutti i giovinastri del festival si disperdevano e non sembrava neanche che ci fosse così tanta gente. Posto meraviglioso, natura incontaminata, pinete, dune, oceano, panorama di tutta la baia della foce del Tejo, da Cascais a Sesimbra. Il posto migliore per dormire (visto che la notte in tenda non è che ci si riuscisse molto), ripulirsi i polmoni dalla polvere, fare una lavatrice di sé stessi nelle onde dell’oceano, rilassarsi, abbronzarsi. Adesso sono color marocchino, sto cercando di sedimentare questa tinta con chili di doposole, speriamo che rimanga.

Direi che gli 80 euro del biglietto tre giorni sono stati spesi egregiamente. A patto di non formalizzarsi troppo sull’igiene, ma se vai a un festival rock in mezzo a una pineta che vuoi aspettarti? Sgrufoli come i maiali e dai un po’ da fare agli anticorpi.

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della filosofia spicciola del doposbronza

10/07/2011

Il Portogallo mi affascina in molti suoi aspetti. Quasi tutti, a dire il vero. Quasi. I tamarri sulla spiaggia di Carcavelos no, quelli non mi affascinano.

Però ad esempio ieri era sabato, mi sono svegliato a un’ora decente e ho deciso in due minuti di andare in spiaggia. Prendo l’autobus, passo il ponte e piazzo il culo in riva all’Oceano.

E sono lì, tranquillo, a farmi bruciare dal sole, quando mi accorgo di essere in una parte di spiaggia un po’ naturista. E quindi non so, un po’ che ero da solo, un po’ che non l’avevo mai fatto ed ero curioso di sapere come si sta col batacchio al vento, mi sono spostato in una zona meno di passaggio (che va bene tutto però…) e via, senza costume ad abbronzar le terga.

In Italia non lo puoi fare, perché in Italia praticamente tutta la costa è colonizzata da ombrelloni da Trieste a Ventimiglia. Non essendo un fan del genere naturismo non ho certezza, ma credo che in tutta la riviera romagnola (ed è bella lunga) ci sia una sola spiaggia. Qua invece è normale. La cosa non normale è affittarsi l’ombrellone. E non è che al mare vado alle Azzorre, sei lì a venti minuti da Lisbona e a dieci dalla città dall’altra parte del fiume (che è quasi più grande di Lisbona), che significa che Ostia è immensamente più in culo. Solo che a Ostia ci devi andare in macchina, la spiaggia fa cagare e devi fare il mutuo per trovare un ombrellone. Caparica la raggiungi in autobus, paghi 3 euro di biglietto andata-ritorno e trovi tutto lo spazio che vuoi per piazzare il tuo telo sulla sabbia. E nessuno che rompe le palle. Ieri ero da solo, ho lasciato i miei averi sulla sabbia svariate volte per andare in acqua e nessuno si sognava di andare a fregarmi l’iPhone. Prova a lasciare una ciabatta sulla spiaggia di Rimini.

Questo per dire che qua vivere bene è facile. Con “vivere bene” non intendo essere ricchi sfondati o comunque avere un tenore di vita alto, intendo stare bene. Stai bene, perché vivi in un paese civile dove ti permettono di non toccare l’automobile per andare a farti i cazzi tuoi al mare. Stai bene perché non gliene frega niente a nessuno di quello che fai, sei libero di farlo basta che non rompi i coglioni. Vuoi prendere il sole nudo integrale in una spiaggia vicinissima alla capitale? Puoi farlo. Non ci sono comitati per la decenza pubblica formati da repressi che di giorno si scandalizzano perché vedono una coscia in tv e di notte vanno a puttane.

Vivi e lascia vivere è un po’ il motto portoghese, almeno di Lisbona. Lo vedi anche (soprattutto) tra i gay, e nel comportamento che il Paese ha nei confronti dei gay. Qua, da poco, esiste il matrimonio omosessuale. Come in Spagna, pari pari al matrimonio tra uomo e donna, senza differenze legali o niente. Gli sposi o le spose possono decidere chi prende il cognome di chi (ma non è obbligatorio), l’unica differenza è questa. Perché tradizionalmente la donna prende il cognome dell’uomo, e al figlio si trasmettono il primo cognome (meno importante) della madre, e il secondo cognome (quello ufficiale) del padre. Col risultato che a me piacerebbe un sacco sposare un portoghese, così potrei chiamarmi con tanti nomi ufficiali.

Ma sto divagando come al solito.

Dicevo che qua esiste il matrimonio omosessuale. Lisbona è piena di gay e lesbiche (un terzo dei portoghesi vive nell’area metropolitana di LX). Ma non li vedi, non hanno l’esigenza di imporre la loro presenza. Non ci sono checche che girano sculettando mentre portano a spasso la borsa di Louis Vuitton. Perché 1) probabilmente la borsa di Louis Vuitton non se la possono permettere, ma soprattutto perché 2) non hanno bisogno di estremizzare, di polarizzare le opinioni, di affermarsi. Esistono. Vivono la propria vita all’interno del mondo eterosessuale senza che il mondo eterosessuale si faccia dei problemi. Perché qua sono abituati al diverso, questi qua hanno scoperto il mondo qualche secolo fa, un po’ di apertura mentale (da certi punti di vista) ce l’hanno.

Ed ecco che i locali gay non sono in periferia, nascosti nelle zone industriali, come in Emilia. Non sono scopatoi in zone malfamate come a Milano. Sono dei normali bar del Bairro Alto, popolati da mille colori diversi di menti e di pelli. E a nessuno frega nulla.

Parlavo settimana scorsa con un ragazzo portoghese, gli ho chiesto se il nuovo governo, che è di destra, andrà a cambiare la legge sul matrimonio omosessuale. Mi ha risposto dicendomi che non capiva per quale motivo un governo di destra dovrebbe cambiare una legge fatta da un governo di sinistra (che poi parliamone). Non capiva i meccanismi perversi della politica italiana. E io mi sto abituando ai meccanismi normali di una democrazia.

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degli occhi di lince dei braganza

03/07/2011

A Lisbona può capitare di non riuscire a dormire la notte per i più svariati motivi. Certo, la movida e il casino in strada. Certo, il traffico. Certo, anche l’alcol. E come no, anche a volte un po’ di insonnia, causata forse da una leggera inquietudine per quanto riguarda il futuro.

No, il caldo no. Il bello del clima atlantico è che sì, ci saranno anche 40 gradi di giorno, ma la sera fa freddo. E poi capitano giornate come oggi, con enormi e bellissime nuvole rapide che sorvolano silenziosamente la città lasciando a volte spazio a qualche raggio di sole che infuoca il fiume o un quartiere (sì, il sole infuoca, soprattutto se a contrasto con la luce lattiginosa di un giorno nuvoloso).

Ma a Lisbona capita di trovarsi nei luoghi più assurdi, con i rumori più strani che ti tengono sveglio. Ad esempio dei galli.

Però svegliarsi al mattino, dopo non aver dormito a causa di alcuni galli con l’orologio biologico sballato, prendere un caffè in una casa che ti chiedi come faccia a stare in piedi, guardare fuori dalla finestra e vedere i tetti di Bica, il fiume, il ponte… beh chissenefrega del gallo.

Ora il mio problema fondamentale è: prenotare un volo che non costi mille milioni di euro per tornare qua ad agosto; capire bene cosa devo fare per lavorare con uno stage professionale; trovare un bar dove andare a fare caipirinhe ad agosto.

Ah, certo, anche tornare al Bacalhoeiro e chiedere al barista dagli occhi di lince se posso lasciargli il mio numero (e già che ci siamo, se mi va male gli chiedo se hanno bisogno di un barista ad agosto).

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república comunista calçada ribeiro santos 3

21/06/2011

Buon solstizio d’Estate.

Qui l’estate è iniziata veramente con un paio di giorni di anticipo: domenica non si respirava, ieri neppure. Oggi un po’ meglio, ma comunque caldo, almeno durante il giorno.

Non so se sia colpa della temperatura o di altro, ma ho tagliato la barba dopo due settimane lasciando baffi e pizzetto. L’avevo fatto una volta quando abitavo a Milano, ma non aveva riscosso particolare successo tra i miei amici (dicevano che dimostravo trent’anni). Ora sono più vicino ai trenta di allora, direi che non casca il mondo se mi attribuiscono tre anni in più. Vediamo, i lettori che hanno il mio contatto facebook potranno vedere il mio look in qualche foto che scatterà qualcuno il prossimo fine settimana.

Ah, a proposito: gentilissimi troll di merda che continuate a mandarmi messaggi minatori omofobi sull’account di facebook (coglione io che ho usato la stessa mail per entrambi), ho cambiato profilo. Quindi smettete pure di prendere di mira Matthias Wolfgang Villa, perché mi sono cancellato e re-iscritto con un’altra mail e un altro nome (ovviamente). Per chi volesse il nuovo nome può contattarmi, non ci si formalizza se non si ha a che fare con coglioni fascistoidi.

Detto ciò, a Lisbona la vita procede. Fin troppo bene, visto che sono qua da più di due mesi e mi sembrano due settimane. Sarà il Tejo, il mare, il cibo… non so.

So soltanto che l’unica cosa che riesco a pensare guardando verso il futuro è: vai a fare caipirinhe al Bairro Alto, pagati l’affitto e un corso di portoghese e almeno torna con una certificazione linguistica seria. Se proprio devi tornare. Che non si capisce bene cosa debba tornare a fare.

Cosa ho lasciato a Reggio? Qualche amico, che sento comunque grazie alla tecnologia. La famiglia, che è comunque presente via skype. Altro?

E allora cosa torno a fare? Ritornare al VIA non era nei piani, non lo è mai stato e non lo sarà. Cosa sono venuto a fare qui, affacciato sull’Atlantico, per poi ritrovarmi di nuovo a Reggio Emilia a fare una vita che non mi appartiene? Non è mai stata intesa come un’evasione temporanea. Non è nel mio carattere. L’evasione non c’è. C’è un andare avanti, quello sicuramente. Nulla toglie che un domani il progresso della mia vita possa ripassare da Reggio Emilia, ma ora è troppo presto.

E poi sto troppo bene in questa città, elegantemente rovinata dal tempo, sulle rive di un mare infinito.