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quando i racconti dei vecchi diventano reali

24/01/2010

Non ho mai sottovalutato la potenza dei film, ma questo non mi era ancora capitato.

Come tutti sapete, sono nato e cresciuto in un paese in provincia di Reggio Emilia ai piedi dell’Appennino. Ho due nonni milanesi ormai morti, ma vivo con gli altri due nonni emiliani, fortunatamente vivissimi.

Mio nonno ha quasi 80 anni e quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale ne aveva 10. Dai 13 ai 14 anni ha assistito ai bombardamenti sul paese, che era un nodo strategico per via del ponte sul fiume. E a 15 anni ha visto la Guerra finire.

Mia zia, sua sorella, è morta l’anno scorso. Lei di anni ne aveva 17 quando è scoppiata la Guerra. Ha visto il suo “promesso” partire per andare sulle montagne e non tornare più. Ha visto i tedeschi puntare fucili addosso alla gente. Ha visto una famiglia di ebrei chiedere al mio bisnonno di tenere la loro roba in cantina, mentre loro si andavano a rifugiare in luoghi più sicuri. Non sono più tornati.

Tutte queste storie per me sono racconti lontani nel tempo, una sorta di tradizione orale rigorosamente dialettale che i vecchi tramandano ai giovani per non farli dimenticare che pochi decenni prima l’Italia era un altro paese, che c’è stato un periodo terribile durante il quale non ci si poteva fidare neanche del vicino di casa, una vera e propria guerra civile. Chi partiva per le montagne, chi si faceva i fatti suoi, chi andava a Salò. Chi moriva.

Vedere tutto ciò sullo schermo, nella crudezza e nel realismo di una pellicola che non contiene retorica ma che racconta come si svolgevano i fatti, dalla vita quotidiana di una famiglia come poteva essere la mia al racconto di una strage gratuita e atroce come quella di Marzabotto. E sentirlo per di più in una lingua familiare, che assomiglia decisamente troppo alla lingua di chi mi raccontava (e mi racconta) questi avvenimenti. Non so, ha una forza enorme che ti scuote e ti fa finalmente realizzare che cosa sia la guerra.

Andate a vedere “L’uomo che verrà”. Fa male, ma serve.