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woodstock on the sea

17/07/2011

Tornato stanotte dal festival della SuperBock. Breve glossario.

Campeggio selvaggio: quando gli organizzatori decidono di quadruplicare l’area per il campeggio rispetto all’anno passato, ma quintuplicando il numero di biglietti in vendita. Tende una sopra all’altra, slalom notturni tra fili e picchetti per raggiungere il proprio sacco a pelo al buio, sei lavandini (sei, contati) per ventimila persone, cessi chimici in condizioni accettabili solo entro un’ora dalla pulizia, docce di gruppo ispirate all’architettura di Auschwitz.

Musica: tre giorni di musica ininterrotta, concerti uno dietro l’altro. Sul palco principale a partire dalle 19 si susseguivano gruppi musicali di fama internazionale, avanti così fino alle due del mattino, quando finiva il concerto del gruppo più importante. Concerto migliore in assoluto, bravissimi e splendidi, i Portishead. A seguire: the Walkmen (una sorpresa decisamente da approfondire), Beirut, Arctic Monkeys (ma qua si sa che basta il nome e mandano in delirio la folla). Un po’ deluso dagli Strokes. Mi è spiaciuto per gli Arcade Fire, che sono stati obiettivamente molto bravi ma hanno avuto la sfiga di suonare dopo quei mostri dei Portishead, e dopo di loro ogni cosa si è offuscata. E le coriste del cantante dei Killers sembrano sexy-porno-segretarie piazzate lì perché hanno una quarta e non perché sono brave.

Organizzazione: autobus ogni dieci minuti da Lisbona a Meco, appositamente organizzati per portare gli spettatori in mezzo a un parco naturale senza dover costruire un’autostrada per l’occasione. Da Praça de Espanha a Meco, una quarantina di minuti di autobus, dueeuroecinquanta (!). Ritorno idem: ieri all’uscita del festival c’erano già sei o sette autobus pronti per essere riempiti e riportarci a Lisbona, e sarebbero andati avanti fino alle 5 del mattino. Noi volendo avremmo potuto dormire anche la notte scorsa in campeggio e partire stamattina, ma tra la sporcizia e la stanchezza abbiamo preferito smontare tutto ieri prima del concerto e raggiungere casa entro l’alba (cosa ottima, perché dopo tre giorni nella polvere farsi una doccia – calda – è la cosa migliore del mondo). I portoghesi saranno lenti, ma sanno organizzarsi. Ne rimango ogni giorno più stupito.

Polvere: quando fai un festival nel bel mezzo della macchia mediterranea, a pochi chilometri dall’oceano su un terreno sabbioso, al primo alito di vento (e ricordo, a pochi chilometri dall’oceano c’è sempre il vento) si sollevano nuvole di polvere. Se poi ci aggiungi trentamila persone abbondanti che camminano nelle vicinanze e sollevano sabbia e polvere all’unisono, il risultato finale è che per tre giorni sono stato ricoperto da un dito di sporcizia che rendeva la mia abbronzatura leggermente opaca. Ah, sto tossendo cemento e quando mi soffio il naso non vi dico la sorpresa.

Spiaggia: dal cancello del festival partivano ogni dieci minuti autobus gratuiti per portare i nostri culi al Meco. Una spiaggia enorme, lunga e ampia, dove tutti i giovinastri del festival si disperdevano e non sembrava neanche che ci fosse così tanta gente. Posto meraviglioso, natura incontaminata, pinete, dune, oceano, panorama di tutta la baia della foce del Tejo, da Cascais a Sesimbra. Il posto migliore per dormire (visto che la notte in tenda non è che ci si riuscisse molto), ripulirsi i polmoni dalla polvere, fare una lavatrice di sé stessi nelle onde dell’oceano, rilassarsi, abbronzarsi. Adesso sono color marocchino, sto cercando di sedimentare questa tinta con chili di doposole, speriamo che rimanga.

Direi che gli 80 euro del biglietto tre giorni sono stati spesi egregiamente. A patto di non formalizzarsi troppo sull’igiene, ma se vai a un festival rock in mezzo a una pineta che vuoi aspettarti? Sgrufoli come i maiali e dai un po’ da fare agli anticorpi.

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One comment

  1. belin che bello, mi fai rimpiangere la mia vita pre-familiare!



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