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saturday night fever

23/10/2010

Ci sono certi sabati sera in cui stai un po’ come Amleto col teschio in mano di fronte a un dilemma. Me ne sto in casa a guardare puntate di telefilm poltrendo scandalosamente o approfitto della rara occasione di poter dormire fino a tardi domattina e vado a farmi un giro in centro?

Beh, le città della Terra di Mezzo (ovvero: le città di medie dimensioni che stanno nella lingua di terra che separa Padania e Terronia, secondo la Nuova Geografia imposta dalla Riforma Gelmini, quella che noi nati negli anni ’80 chiamiamo Emilia) non offrono grandi prospettive di divertimento. Per cui se si esce non è per fare chissà cosa ma giusto per dire di essere usciti e dimostrare (a chi?) di avere una vita sociale piena e appagante.

Per questo motivo temo che lascerò perdere l’ipotesi di prendere la macchina e guidare per una ventina di chilometri, per poi bere qualcosa con qualcuno e rifarmi i venti e passa chilometri al ritorno (ché tanto a una certa chiude tutto e saluti e baci, a meno che non si voglia andare a ballare in qualche discoteca, ma ciò comporterebbe – oltre a una spesa ingente di denaro che non ho – dover fronteggiare orde di diciannovenni che mi sbattono in faccia il loro essere diciannovenni, e poi io penso che mi sembra ieri che avevo diciannove anni ma quando li avevo io quelli erano alle medie a giocare coi Pokemon e mi deprimo).

Insomma. Sto invecchiando.

E invecchiando, si sa, si fanno dei ragionamenti molto differenti rispetto a quelli che si fanno quando non si è ancora invecchiati, giovani, belli e diciannovenni.

Tipo. Che quando avevo diciannove anni ero in quinta liceo e a quest’ora probabilmente mi preoccupavo per il compito di matematica di lunedì. E magari pensavo a quando sarei stato architetto. Oppure guardavo la televisione e vedevo uomini d’affari che girano il mondo e pensavo che questi uomini d’affari dovevano per forza essere pieni di soldi per girare il mondo. Perché se fai una vita tra aerei e taxi e fusi orari e ristoranti devi avere i soldi o col cazzo che ti sbatti come un demente a scoreggiare CO2 da un 747 in volo sull’Atlantico.

Invece adesso, che sono invecchiato, capisco una cosa importante.

Se uno è pieno di soldi, chi glielo fa fare di prendere aerei a orari improponibili e girare il mondo per non vedere niente?

Il dubbio mi era venuto quando siamo andati sul cantiere a Roma. Bello eh, ci mancherebbe, però Roma – che per me che sto al nord è un po’ una meta turistica – val la pena di starci un paio di giorni. Invece no, si è partiti alle 7 col frecciarossa e si è tornati alle 21 col frecciarossa. Gli venisse il colera a chi ha inventato il frecciarossa.

Ora invece ho la conferma che le mie idee su colui-che-gira-il-mondo erano del tutto sbagliate. Sì. Perché colui-che-gira-il-mondo non è quello pieno di soldi, ma quello incaricato da quello pieno di soldi di farsi lo sbattimento.

Ecco perché non guadagno abbastanza da potermi permettere un bilocale in una città che quasi non ha neanche l’università, ma mercoledì prossimo vado a Parigi. In giornata. Non so che aereo prenderò, non so dove atterrerò, non so dove andrò. So soltanto che mercoledì vado a Parigi e se tanto mi dà tanto vorrà dire che mi dovrò alzare alle tre, fiondarmi a Bologna, salire su un aereo, prendere un taxi per andare dove devo andare a Parigi, fare quello che devo fare, prendere un altro taxi per l’aeroporto parigino e poi un altro aereo per Bologna e poi di nuovo qua, nella palude. Entro mezzanotte. O meglio, entro le 8:30 di giovedì, che a quell’ora dovrò essere in ufficio.

Per carità, se mi spediscono a Parigi significa che tanto idiota non sono e che il mio lavoro in qualche modo lo faccio bene, per cui sono onorato di andarci. E poi fa un sacco figo dire alla gente “sai mercoledì ero a Parigi”. Una frase che fa figo in qualsiasi contesto. Non so, stai chiacchierando con due amici e l’argomento è la fame nel mondo, oppure la scarsità di risorse petrolifere, oppure la dimensione del pene di qualcuno (più probabile), e tu intervieni dicendo la tua, ma inizi dicendo “sai, mercoledì ero a Parigi e [inserire aneddoto in qualche modo connesso all’argomento]”. Insomma, fa un sacco figo.

Ci scriverò un post, settimana prossima, che si chiamerà “sai, l’altro giorno ero a Parigi” e parlerà verosimilmente di tutt’altro.

Anche perché di Parigi vedrò meno di quello che si può vedere guardandola su google maps tramite le foto di Panoramio.

A proposito di Google. Mi potete vedere su streetview, sono stato fotografato in pausa pranzo con alcuni colleghi. Il primo che mi sgama vince un tarallino al peperoncino.

(son buoni veh….)

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6 commenti

  1. Acutissimo come sempre.


  2. perché scrivi maledettamente bene, e sai dare una forma e una voce e magari un sospiro a quei minuscoli tarli che ogni tanto chiunque si ritrova a avere nel cervello. e viene fuori questa tua scrittura morbida però consistente, vagamente malinconica ma mai piagnucolosa.
    mi fermo altrimenti passo per adulatore.
    però siccome per tante cose i fatti che racconti sono simili a quelli che vivo io, era giusto per dirti che, sì, mi ci ritrovo nelle cose che scrivi (e come me, immagino, in tanti), solo che le scrivi come pochi saprebbero scriverle. bravo bravo. cià.


  3. Io a Parigi non ci sono mai stata….e questo magari c’entra…ma leggere i tuoi scritti è moooolto divertente.
    Intelligenza e acuta leggerezza virtù di pochi.



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