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seventies

02/10/2010

Che a noi la televisione ci ha rovinati.

Sto cazzeggiando su Internet in un tranquillo sabato sera casalingo, in compagnia di iTunes, di qualche bottiglia di birra e del divano. E a un certo punto, per motivi che non vi sto neanche a raccontare, mi faccio una pera di youtube e mi capita una canzone di Mina che avevo quasi dimenticato, nonostante sia un classico brasiliano che adoro, “La pioggia di marzo“.

Data della performance: 1974. Gli anni di piombo. Colore del filmato: bianco e nero, of course.

Ecco, per un attimo ho sommato gli “anni di piombo“, ultimamente alla ribalta a causa di un cosiddetto clima di odio, all’assenza di colore nella televisione dell’epoca, all’abito di Mina e al suo trucco e parrucco. E mi sono chiesto se negli anni ’70 ci fosse mai stata una giornata di sole.

Ovvio che sì. Però se ci pensiamo un po’ siamo talmente abituati a vedere certi periodi attraverso l’occhio del tubo catodico da dimenticarci che sì, magari la televisione non li trasmetteva, ma i colori erano già stati inventati.

Per noi, nati negli anni ’80, il mondo reale era a colori così come quello televisivo. E quello televisivo era il principio tutto lustrini e sberluccichini della Fininvest, all’epoca azienda emergente.

Ricordo i garofani rossi nel taschino di un certo Presidente del Consiglio, e ricordo che mi chiedevo perché in Italia dovessimo avere un Presidente del Consiglio straniero (secondo me il suo cognome non era italiano, perché mi avevano insegnato l’alfabeto e la X non c’era).

Ma soprattutto ricordo l’impermeabile giallognolo dell’ispettore Derrick (e il suo telefono con tasti ipertrofici per ipovedenti – la tesi della sua cecità l’ho maturata grazie all’effettivo spessore delle lenti dei suoi occhiali).

Per me il mondo è sempre stato a colori. Entrambi i mondi, quello reale e quello della finzione televisiva e cinematografica. Il bianco e nero era nei ricordi dei miei genitori o dei miei nonni. Il bianco e nero era quando mia nonna mi raccontava dei bombardamenti su Milano che hanno spinto lei e mio nonno ad andarsene fuori città; era quando mio nonno mi raccontava di partigiani che andavano sui monti. Oppure quando mia madre mi raccontava gli anni 70 a Milano, gli attentati e l’ansia nel prendere una metropolitana, il rifugiarsi nelle chiese durante le manifestazioni – sempre per restare sull’onda del clima di odio che pervaderebbe l’Italia al giorno d’oggi. Quello era in bianco e nero.

Il mondo a colori invece era il mondo in cui vivevo, e i cartoni animati giapponesi e BimBumBam coi suoi pupazzi, le giacche di Renzo Arbore o quelle blu elettrico e paillettes di Nino Frassica. Quelli erano i colori.

Il giallo dello scuolabus, il verde delle colline, il marrone del soffitto della mia vecchia camera, il rosso delle bandiere e dei pomodori, il blu del cielo e quello del mare. Quelli erano i colori. Però meno sgargianti rispetto a quelli della televisione. Meno attraenti.

Adesso non so dire quali siano i colori. Li vedo davanti a me, ma sono troppi e non riesco a focalizzare qualche colore simbolo.

La Storia funziona come i colori. Ne associamo qualcuno a qualche periodo. Ad esempio, il Risorgimento per me è verde, rosso e bianco – prevedibilmente – mentre il ventennio fascista è nero con sfumature di rosso e giallo, inquietante e ipnotico. Gli anni di Don Camillo e Peppone invece sono sui toni del marrone e del beige, sbiaditi come l’intonaco delle case del centro di Brescello. Gli anni ’60 sono blu, viola, rossi e arancioni. Gli anni ’70 sono toni di grigio (soprattutto antracite) e arancio. Gli anni ’80 sono cangianti. Gli anni ’90 sono bianchi e verde acido.

Chissà che colore mi ricorderà gli anni 2000 tra qualche anno.

Il titolo del post non c’entra molto, perché ho iniziato scrivendo della ribalta degli “anni di piombo” da un punto di vista politico. Ma poi ho pensato all’Italia di oggi vista dal telegiornale: all’attentato a Belpietro, alla casa di Montecarlo, alla scuola di Adro, alla riforma Gelmini, all’opposizione allo sbando, alla P3, all’omosessualità di Corona, al TG1, ai rifiuti di Napoli… e improvvisamente nel mio cervello si è materializzato lo schermo grigio, quello del segnale mancante, con la scritta del televisore che invece di dire “ricerca segnale” mi diceva “stai attento che qua ci son troppi diversivi: da qualche parte qualcuno sta cercando di inculare il Paese senza che nessuno se ne accorga“. E temo che, dal punto di vista storico, gli anni 2000 me li ricorderò con un colore decisamente brutto.

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3 commenti

  1. Saranno marroni?
    Anche a me sembra tutto una manovra per coprire chi sta veramente facendo un casino. Chissà come lo faranno. Bancarotta nazionale? Ci venderanno a un altro stato? Venderanno il nome del Paese e ci chiameremo Republic of Coca-Cola? Oppure piazzeranno inosservati una banale, scontata dittatura?


  2. Non so perché, ma mi hai fatto ricordare il Cielo Sopra Berlino dove gli angeli vedono in bianco e nero e solo a colori quando perdono (rinunciano a) le ali…L’altro giorno pensavo: ma come sarebbe per noi vedere un campo di concentramento a colori invece che dalle immagini bn dei pazzeschi documentari girati dagli stessi nazzisti? Cambieremmo la gamma delle sensazioni oltre quella dello spettro visivo? E tutto il cinema neorealista? Insomma, bel punto il tuo!


  3. Certo dal punto di vista politico il colore è pessimo. Una mistura di sangue e polvere, mischiata alla merda, che difficilmente dimenticheremo. Ma speriamo che almeno per quanto riguarda ognuno di noi i ricordi siano colorati e belli.



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