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anestesia

02/05/2010

Quando ci sottoponiamo ad un’operazione chirurgica resta una cicatrice. A volte minuscola, altre volte gigantesca. Io ho una cicatrice di due centimetri nel basso ventre perché mi hanno asportato una cisti. Mia madre ha una cicatrice di venti centimetri sull’addome perché è alta un metro e una banana sdraiata, mentre io pesavo più di quattro chilogrammi e non volevo saperne di sgusciare fuori dalla sua vagina. Beh, che volete, nel 1984 non si preoccupavano molto dell’estetica.

Cosa accomuna le due cicatrici? Sono visibili, sono un tatuaggio involontario che ti ricordano un evento della tua vita (nel mio caso un evento trascurabile, nel caso di mia madre la nascita del suo unico figlio). C’è un altro tratto in comune: queste cicatrici chirurgiche a un certo punto smettono di fare male. Restano visibili e indelebili, ma una volta tolti i punti prudono per un po’ e poi non ti accorgi della loro esistenza se non a livello tattile o visivo.

Poi ci sono le altre cicatrici, che non sono causate da un bisturi e da punti di sutura. Sono tagli sconnessi, sembrano fatti più con un coltello poco affilato, e non esistono punti per chiuderli. Devi aspettare che i tessuti si ricompongano autonomamente, non puoi e non devi forzare il processo legando insieme i due lembi.

Sono le cicatrici che abbiamo dentro, e sono quelle che spesso non smettono mai di fare male, perché il taglio era talmente profondo che non ha potuto richiudersi da solo. Spesso non ci accorgiamo di loro, perché siamo animali abitudinari.

Ci si abitua a tutto, quaggiù.

Ci si abitua alle cose che ci fanno stare bene, se ne diventa dipendenti. Un caffè preso in quel preciso bar, quel preciso profumo, quella maglietta. Le cose che ci fanno stare bene sono le cose che ci dicono chi siamo, e sono le cose a cui non rinunciamo mai. Sono a volte delle piccole cose, dei dettagli insignificanti, ma ci completano e denotano il nostro essere.

Poi però ci si abitua anche alle cose che ci fanno stare male. Dopo un po’ ne siamo come anestetizzati, non sentiamo più il dolore fino a che non arriva un trauma che ci permette di svegliarci, di incazzarci e di far passare l’effetto dell’anestesia. Per cui arriva tutto il dolore, tutto in una volta, la cicatrice pulsa. Cerchiamo di non pensarci, ma basta una parola, un nome, un luogo, ed ecco che la cicatrice è lì, ancora aperta, dolorante.

E proprio in questo momento, in cui desidereresti soltanto qualche punto e un po’ di morfina, ti accorgi di essere vivo.

E ti accorgi anche che la vita fa schifo, perché non ha senso accorgersi di essere vivo nel momento in cui vorresti essere anestetizzato, inerme, su un tavolo operatorio, quando l’anestesista ti chiede di contare da dieci in giù e finalmente arriva il sette, perdi i sensi e ti affidi ad altri.

La vita fa schifo, perché la vita è fatta di piccoli dettagli che la rendono bellissima e di grandi ferite che la rendono intollerabile. Ma è meglio essere svegli e sentire il dolore o lasciarsi vivere inconsapevolmente?

10… 9… 8… 7…

No. Stavolta no. Stavolta, ancora per una volta, non mi addormenterò. Nonostante la realtà che mi circonda mi continui a suggerire che la vita assopita non è male. Nonostante la cicatrice bruci e faccia male, perché è il risultato di sette anni della mia vita e non può andarsene nel giro di poche settimane. Nonostante questo luogo, che amo profondamente, mi stia incredibilmente stretto. Nonostante tutto.

C’è il caffè di quel bar particolare. C’è il profumo di terra bagnata. C’è la mia maglietta preferita.

Ho ancora qualche salvagente a cui aggrapparmi, non è ancora tempo di dormire.

Forse non lo sarà mai.

Perché quando sei sobrio, l’ubriachezza è molesta.

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10 commenti

  1. che dire, è sempre un piccolo piacere leggerti quando ti apri, leggere di te e non del lavoro, un piccolo piacere cercare di capire quello che si nasconde dietro alla tua padronanza con le parole…

    e scusami l’off topic ma ribadisco che pisa ha 87.696 abitanti.


  2. Già. E’ davvero bello leggerti.
    Hugs,
    euge


  3. Grazie.


    • e di che 🙂


      • Mi hai fatto finalmente capire cosa voglio fare nella vita. Sei stato l’ennesimo segno del destino che mi ha fatto dire finalmente “oh, beh, con questo sono troppi” 😉


      • adesso però mi incuriosisci… vuoi fare lo psichiatra per curare casi come il mio? 😉


      • No, l’idea di psichiatria mi è scomparsa ben presto, grazie al cielo O.o
        Il dubbio era tra una tesi in medicina legale con laurea questo settembre o una tesi in chirurgia plastica con laurea a giugno 2011. Io, ovviamente, mi sto immolando per andare fuori corso e fare un lavoro per cui non c’è più richiesta. Ma che ci vuoi fare… sono un ragazzo semplice semplice…


      • Beh dai vedila così, potrai togliere tutte le cicatrici che vorrai!


  4. mattia, la tua voglia fa spavento…(povero bimbosottaceto)


    • Mi sa che sei tu che vedi doppi sensi ovunque, Leo….



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