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la sindrome di adamo

15/02/2010

Curioso come alle volte un libro riesca a darti una panoramica sulla vita e sulle sue mille sfaccettature. Sia pure un libro che parte dal presupposto di parlare dell’amore. O meglio, di ciò che noi esseri umani, perennemente immaturi, consideriamo di volta in volta amore.

Dopo, con l’esperienza, riusciamo a definire più approfonditamente il sentimento grazie alla lingua imponente che siamo condannati a parlare.

Definiamo. Siamo incorreggibilmente occidentali e tragicamente ottocenteschi. Abbiamo la necessità puerile di definire ogni cosa, come un bambino di tre anni tempesta il malcapitato di turno di domande, imparando i nomi delle cose.

Quando non possiamo definire un oggetto dandogli un nome ce lo inventiamo, magari utilizzando la geniale tecnica teutonica delle parole composte, oppure utilizzando frasi unificate in un’unica parola da trattini, come a voler suggerire una determinata impostazione vocale. Usanza chiaramente derivante dall’inglese colloquiale, che noi europei abbiamo ormai adottato come modello linguistico di riferimento dopo cinquant’anni di egemonia culturale statunitense.

Non che sia un male, anzi. Personalmente trovo le contaminazioni linguistiche molto affascinanti e ne faccio un uso adeguato. D’altra parte non potrei fare diversamente, essendo cosciente di questa commistione sintattica e vivendo nel Qui e nell’Ora.

Dicevo delle definizioni, dei nomi, delle sfaccettature che riusciamo a dare a un sentimento come l’amore. No. Non ci riusciamo. Per noi è Amore, oppure no.

Tutto questo non dipende in alcun modo dalla giornata di San Valentino, che considero un’inutile pretesto per sfondarsi di cibo in qualche ristorante per poi assopire i sensi di colpa a suon di colpi di reni. E che comunque non sarei in ogni modo autorizzato a festeggiare, non essendo al momento innamorato di alcuno eccetto me stesso (il mio egocentrismo sta assumendo caratteristiche epiche).

Questo mio delirio emozionale deriva dalla scoperta di alcuni termini giapponesi indicanti le diverse condizioni dell’amore. Non è certo una novità, ma la ricerca di un termine adeguato alla trasmissione del concetto da una cultura all’altra mi ha fatto riflettere dapprima sulle differenze, e poi soprattutto sulle insospettabili assonanze.

Piacevole scoperta che conferma la positività intellettuale di questa ennesima settimana.

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2 commenti

  1. …ti succerisco il termine Bromance, relazione intima non sessuale tra due uomini (bro + mance, brothers + romance), nato per spiegare quei rapporti che oscillano tra amore ed amicizia…


  2. …”suggerisco”… scusa…:)



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